Chi: Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano ma anche Giosetta Fioroni.

In seguito anche  Francesco Lo Savio, Renato Mambor Sergio Lombardo, Pino Pascali e Cesare Tacchi.

 

Quando: Siamo negli anni ’60. Il periodo del boom economico dell’Italia.

 

Dove: Il loro regno è il Tridente. La zona di Roma tra Piazza di Spagna, via Margutta e piazza del Popolo.

Dove ricreano il loro microcosmo in sintonia con artigiani, corniciai e colorai che hanno le loro botteghe in zona.

Ma sono affascinati anche dalla modernità. Quella che scoprono nei cantieri del Villaggio Olimpico in pieno fermento per le Olimpiadi e nella frenesia di via Veneto, tra alberghi, uffici, stranieri e attori e VIP stranieri.

La borghesia romana e il potere democristiano li ignorano. A notarli, c’è solo qualche aristocratico eccentrico e alcuni liberi pensatori.

Tra cui i due critici d’arte: Emilio Villa e Cesare Vivaldi.

Un poeta, Emilio Villa, più che un critico d’arte, ortodosso accademico e Cesare Vivaldi che ha stimolato questa affermazione di un bisogno di libertà espressiva.

Ovviamente, questo loro passaggio a una pittura che, radicalmente azzerava l’informale, è stata colto da qualcuno, che era libero come loro.

 

I comunisti guardano gli artisti della Scuola di piazza del Popolo con perplessità. Preferendo un’arte manifestamente civile, chiara nei suoi intenti e nei suoi messaggi, diffidano del loro linguaggio troppo enigmatico.

Tra i tavolini del bar Rosati, in quegli anni con gli artisti della Scuola di piazza del Popolo c’era anche una giovane attrice, Paola Pitagora. Fidanzata con Renato Mambor, condivide con lui e gli altri pittori sintonie e inquietudini di un percorso artistico appena iniziato.

Quanta tenacia e  durezza  avevano per sopportare quella fatica, perché comunque loro perseguivano il loro obiettivo formale. Su quello non c’era da discutere. Vivevano in studi piccoli, risicati, veramente non c’era una lira. Eppure,  le loro idee non si spostavano di un millimetro.

 Era un bisogno di definirsi e soprattutto di prendere le distanze da tutto quello che c’era stato prima, con quell’arroganza tra virgolette, che forse non era tale, ma insomma dei giovani no? Per cui arte figurativa e arte astratta no, era altro quello che volevano. Cambiare il mondo con la rottura è già un disegno politico che magari si è fatto vivo più avanti, nel 68. Loro volevano cambiare il linguaggio.” Paola Pitagora

Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano. Tre pittori inquieti e visionari. Contagiati dalla stessa febbre di vivere.  Dalla smania di trasformare in segno pittorico l’Italia del grande mutamento. Cogliendo i riflessi dell’ebbrezza del ‘boom’ esploso nel cuore della sua civiltà contadina la sua storia monumentale e sanguinosa.

Tre pittori che saranno capaci di sconvolgere la scena dell’arte italiana di quel decennio.

Volevano cambiare il mondo. Le loro armi?  La cultura e l’arte.