Tano Festa (Roma, 1938-1988) è stato uno dei protagonisti della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo e una delle figure più originali dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Dalle prime esperienze informali ai monocromi, dagli oggetti-pittura alle celebri rielaborazioni di Michelangelo e della tradizione rinascimentale, Festa costruì un linguaggio personale capace di mettere in relazione memoria, immagine, oggetto e cultura contemporanea.
Formazione e primi anni a Roma
Tano Festa si formò all’Istituto d’Arte di Roma, dove conseguì nel 1957 il diploma in fotografia artistica. Nello stesso anno trascorse alcuni mesi a Parigi. Tornato a Roma, entrò nel vivace ambiente artistico che gravitava attorno a Piazza del Popolo e al Caffè Rosati, frequentato da artisti, scrittori e intellettuali.
Alla fine degli anni Cinquanta la sua pittura risentì delle esperienze gestuali e dell’Informale internazionale, con riferimenti a Pollock, de Kooning, Matta e Twombly. Nel 1959 espose alla Galleria La Salita con Franco Angeli e Giuseppe Uncini; nel 1961 vi tenne la sua prima personale.
La Scuola di Piazza del Popolo
Festa fu tra i protagonisti della stagione artistica romana definita Scuola di Piazza del Popolo, insieme a Mario Schifano, Franco Angeli, Renato Mambor e ad altri artisti attivi tra La Salita, La Tartaruga e i luoghi di incontro della Roma degli anni Sessanta.
Più che un movimento organizzato, si trattò di un clima culturale condiviso, caratterizzato dal superamento dell’Informale, dall’interesse per immagini, oggetti, simboli e nuove forme di comunicazione visiva. Festa occupò una posizione autonoma all’interno di questo contesto, combinando riferimenti internazionali con una forte attenzione alla memoria artistica italiana.
Giorgio Franchetti: collezionista, mecenate e amico
Proprio alla galleria La Tartaruga, Tano Festa incontrò Giorgio Franchetti Jr., allora collaboratore di Plinio De Martiis. Franchetti diventerà non solo il più importante collezionista dell’artista, ma anche il suo sostenitore più costante e un amico intimo, accompagnando Festa per molti anni nelle scelte artistiche e nella diffusione della sua opera.
Dai monocromi alle Persiane, Porte e Finestre
Tra il 1960 e il 1961 Festa abbandonò progressivamente la gestualità informale e realizzò superfici monocrome costruite attraverso variazioni di materia, spessore e ritmo.
Tra il 1962 e il 1963 la sua ricerca compì un ulteriore passaggio: porte, finestre, persiane, armadi e specchi furono sottratti alla loro funzione quotidiana e trasformati in immagini e oggetti pittorici. Persiana, Finestra, Armadio con specchio, Lapide e gli Obelischi appartengono a questa fase fondamentale della sua ricerca.
Nel 1962 Festa partecipò alla mostra The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York, insieme a Enrico Baj, Gianfranco Baruchello e Mimmo Rotella, in un contesto internazionale che riuniva alcune delle nuove ricerche europee e americane sull’oggetto e sull’immagine.

Michelangelo e la memoria dell’arte italiana
Dal 1963 Festa iniziò a utilizzare immagini tratte dalla storia dell’arte, in particolare da Michelangelo. Dettagli della Cappella Sistina, delle Tombe Medicee e della Creazione dell’uomo furono isolati, ingranditi, trasferiti fotograficamente e rielaborati.
Non si trattava di semplici citazioni. Festa trasformava immagini appartenenti alla memoria collettiva italiana in elementi contemporanei, utilizzandole con una logica vicina ai processi di appropriazione visiva della Pop Art ma con un riferimento culturale profondamente diverso da quello della cultura di massa americana.
Alla Biennale di Venezia del 1964 presentò due versioni de La creazione dell’uomo, una a colori e una in bianco e nero.

Tano Festa e la Pop Art italiana
Tano Festa viene frequentemente associato alla Pop Art italiana, ma il suo lavoro mantiene una forte autonomia rispetto al modello americano. Se gli artisti statunitensi utilizzavano spesso immagini provenienti dalla pubblicità, dai consumi e dai mass media, Festa rivolse lo sguardo soprattutto alla storia dell’arte, alla memoria monumentale di Roma e alle immagini già sedimentate nella cultura europea.
Michelangelo, van Eyck, de Chirico e altri maestri diventano così materiali di un nuovo linguaggio, riprodotti, frammentati e ricollocati nel presente. Questa operazione costituisce uno degli aspetti più originali della sua ricerca.
Londra, Parigi e l’apertura internazionale
Nel 1963 Festa soggiornò a Parigi, dove tenne una personale alla Galerie J presentata da Pierre Restany. Nello stesso periodo visitò Londra, dove rimase fortemente colpito dalla Colonna di Nelson a Trafalgar Square. L’esperienza londinese contribuì allo sviluppo della serie degli Obelischi, già presente nella sua ricerca, introducendo nuovi riferimenti monumentali e urbani.
La dimensione internazionale della sua attività si rafforzò ulteriormente negli anni successivi, pur mantenendo Roma come centro costante della sua identità artistica.
Tano Festa alla Biennale di Venezia
La prima partecipazione di Festa alla Biennale di Venezia risale al 1964. Tornò poi alla manifestazione nel 1978 e nel 1984; nel 1993 la Biennale dedicò a Tano Festa e al fratello Francesco Lo Savio la mostra Fratelli, presentando un ampio nucleo di opere storiche.
Tano Festa e Giorgio de Chirico
Il rapporto con Giorgio de Chirico costituisce uno degli aspetti più significativi della ricerca di Tano Festa. L’artista guardò alla Metafisica non come a un repertorio da citare passivamente, ma come a un patrimonio visivo da riattivare nel presente, in modo analogo a quanto avvenne nelle sue rielaborazioni di Michelangelo e della tradizione rinascimentale.
Questo interesse emerge nelle opere dedicate alle Piazze d’Italia e, più in generale, nelle numerose riprese del repertorio dechirichiano, dove architettura, memoria e citazione vengono trasformate in immagini sospese, stranianti e pienamente contemporanee.
La fascinazione di Tano Festa per de Chirico è documentata anche sul piano letterario. In una lettera inviata da Parigi a Plinio De Martiis, l’artista raccontò con entusiasmo la scoperta di un’edizione del romanzo Les Gommes di Alain Robbe-Grillet con in copertina una Piazza d’Italia. L’episodio rivela quanto il riferimento alla Metafisica fosse per Festa non soltanto figurativo, ma anche culturale e mentale, capace di mettere in relazione pittura, letteratura e immaginazione.
In questo senso, il dialogo con de Chirico contribuì a definire una parte importante del linguaggio di Festa: un linguaggio fondato sulla trasformazione di immagini già appartenenti alla memoria collettiva in nuove presenze visive, sospese tra citazione colta e sensibilità contemporanea.
Il ritorno alla pittura: Miraggi e i Coriandoli
Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, Tano Festa sviluppò una nuova fase della propria ricerca, caratterizzata da un più esplicito ritorno alla pittura e alla dimensione manuale del fare artistico. Un momento significativo di questo percorso fu la mostra Miraggi, presentata allo Studio Soligo di Roma nel marzo 1981, nella quale il colore e il gesto tornarono ad assumere un ruolo centrale senza interrompere il dialogo con la precedente ricerca concettuale dell’artista.
La serie dei Coriandoli
Alla fine degli anni Settanta Festa avviò la serie dei Coriandoli, utilizzando veri coriandoli applicati su superfici acriliche dai colori intensi. Ne nacquero composizioni vivaci e ritmate, nelle quali il colore acquistò una presenza autonoma e luminosa, anticipando alcuni aspetti della maggiore libertà pittorica degli anni successivi.
Un’opera di Tano Festa in galleria
Egidi MadeinItaly presenta un’opera su carta di Tano Festa del 1976 Omaggio a de Chirico, realizzata a pennarello su cartoncino, firmata e datata dall’artista. Il lavoro appartiene al nucleo di opere in cui Festa rielabora la tradizione metafisica italiana attraverso il proprio linguaggio segnico e cromatico.

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