Nato a Napoli l’8 luglio 1823, fu indirizzato a l’arte da un primo apprendistato presso il pittore Ruocco poi frequentò l’istituto di Belle Arti, dove ebbe come maestro Costanzo Angelini e Camillo Guerra.
L’insegnamento accademico però non lo escludeva da un certo interesse per la realtà, da cui i più giovani si sentivano attratti.
Così che anch’egli tentó, in un saggio scolastico la via battuta già, nell’ambiente, da Filippo Palizzi (Vasto 1818 – Napoli 1899).

Era la prima volta che mi ingegnavo con ardore di studiare dal vero, armonizzando la luce ed il colore del fondo con la figura….Il ricordo degli studi esposti da Filippo Palizzi ci ammoniva che, per giungere anche a noi a farli, bisognava tenere altra via.”

Durante i moti del 1948 partecipò alle azioni rivoluzionarie sulle barricate, fu ferito e per poco scampò alla fucilazione.
Tornato all’arte, dopo una serie di opere in cui é sempre vivo il ricordo dell’Accademia, seppur mitigato dal romanticismo dei soggetti, coglie il primo successo con Gli Iconoclasti (1854) che fu ben accolto all’Esposizione napoletana del 1855, sia dalla corrente accademica che dai giovani innovatori.
Persuaso però, di non aver dato con la sua opera un vero contributo al rinnovamento, cercò di accostarsi alle correnti più moderne dell’arte, e viaggiò a lungo in Italia ed in Europa.
A Parigi ebbe più precisa sensazione di liberarsi completamente dei suoi modi: “Io prego…di pulirmi bene lo studio- chiede agli amici di Napoli- di bruciare tutte le carte disegnate e dipinte…Non voglio trovar nulla che mi ricordi la mia maniera passata“.
In questa ansia di rinnovamento, però, non viene mai meno nel suo principio che attribuisce all’arte l’ufficio di ” rappresentare figure e cose non viste, ma immaginate e vere ad un tempo“: un’affermazione che si lega alla poetica romantica e che prevede in chi l’assume come fondamento del proprio operare, una formazione accademica.
La sua pittura con la maturità si affina nei mezzi e si scioglie in una maggiore spontaneità.
Giustamente é stato notato che la sua pittura si può includere in “una sorte di drammaturgia romantico-religiosa”, mentre il posto ch’egli occupa nella storia della nostra arte del diciannovesimo secolo, é “accanto agli operisti ottocenteschi” (Somaré).
Fu nondimeno sincera la sua volontà di rinnovare l’arte, e valse a svegliare l’ambiente napoletano alla modernità, ch’egli sentí come ricreazione dal vero per forza di fantasia: una posizione la quale, se da una parte non lo liberò compiutamente dall accademismo, dall’altra riuscì a sottrarlo al realismo crudo che imperversò nella seconda metà del secolo diciannovesimo.

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