Vorrei cominciare questo articolo sulla bellissima mostra Anselmo Bucci Il tempo del Novecento tra Italia e Europa con due frasi di Bucci che compaiono durante la visita:
“Cristo incominciò la carriera tra l’asino e il bue; non diversamente io spero di finire la mia.”
Così, con poche e semplici parole, Bucci riesce a suggerire qualcosa del suo personalissimo universo: un mondo a tratti bellissimo e sublime, attraversato però da profondi abissi di malinconia.
Un mondo fatto di natura allo stato puro e di dame dallo sguardo che penetra e non perdona.
Un mondo ideale di armonia naturale, contrapposto a quello reale che si trasforma quasi mostruosamente sotto il suo balcone.
Ma soprattutto il mondo dei suoi adorati animali, che non conoscendo il peccato, sanno solo amare.
“Stanco di cercare invano un contemporaneo che non sia un genio o un eroe, mi sono rifugiato tra le bestie.”
La retrospettiva al Mart di Rovereto è la più ampia mostra mai dedicata ad Anselmo Bucci, protagonista originale e indipendente del Novecento italiano. Attraverso oltre 150 opere tra dipinti, incisioni, disegni, fotografie e materiali d’archivio,, l’esposizione ricostruisce la carriera, la vicenda biografica e la rete di relazioni culturali di un artista che fu anche incisore, disegnatore, scrittore e raffinato interprete della società del proprio tempo.
Anselmo Bucci, pittore e intellettuale del Novecento
Anselmo Bucci, una delle personalità più colte e indipendenti del Novecento italiano, nacque a Fossombrone, nelle Marche, nel 1887 e morì a Monza nel 1955.
Protagonista tra Parigi e Milano e fondatore del gruppo Novecento, sviluppò una ricerca libera, europea e profondamente originale negli anni in cui le Biennali veneziane e i grandi Salon parigini offrivano agli artisti italiani un confronto diretto con le più aggiornate esperienze europee.
Pur essendo noto soprattutto come uno dei fondatori del Novecento Italiano, movimento sostenuto da Margherita Sarfatti e al quale fu lo stesso Bucci a dare il nome, l’artista mantenne sempre una marcata autonomia intellettuale ed espressiva.
Alla solidità costruttiva e alla moderna classicità auspicate dal movimento novecentista affiancò atmosfere postimpressioniste, spesso en plein air e tagli prospettici di grande originalità.

Il legame con la sua terra
Bucci amava talvolta firmarsi “Bucci da Fossombrone”, sottolineando il legame profondo con la propria terra d’origine che rimase sempre il suo luogo della memoria, degli affetti familiari e delle sue mai rinnegate radici.
Questo universo emotivo, figlio delle estati marchigiane, emerge chiaramente ne L’Autunno, uno dei capolavori dei primi anni parigini.
Gli anni di Parigi: formazione e affermazione internazionale
Anselmo Bucci arrivò a Parigi nel novembre del 1906 insieme agli amici Mario Buggelli e Leonardo Dudreville. Il loro ingresso nella capitale francese fu ricordato dall’artista con una frase ironica e significativa:
“Avevamo, in tre, cinquantotto anni, tre valigie, un indirizzo e dodici franchi”.
Bucci visse stabilmente a Parigi per otto anni, ma anche dopo il ritorno in Italia continuò a mantenere una rete di rapporti professionali e personali fino alla metà degli anni Trenta.
Nei primi anni frequentò l’ambiente bohémien della Ruche, il celebre edificio di Montparnasse dove entrò in contatto con personalità come Gino Severini, Amedeo Modigliani, Lorenzo Viani, Pablo Picasso e Maurice Utrillo.
In questo periodo eseguì la celebre serie di puntesecche Paris qui bouge, dove esplorò la collina di Montmartre, i suoi locali, le piazze, i tetti e le vedute dall’alto.

La sua modella e musa ispiratrice fu Juliette Maré, ritratta spesso dall’artista in abiti eleganti o in costumi di ispirazione giapponese; in sua compagnia Bucci intraprese diversi viaggi tra il 1909 e il 1914, durante i quali l’artista visitò la Francia meridionale, la Sardegna, la Bretagna e l’Algeria.
L’opera grafica e la maestria nella puntasecca
Uno dei nuclei più rilevanti della mostra è dedicato alla produzione grafica di Bucci.Un inventario redatto dall’artista nel 1936 registrava ben6.910 disegni e 417 lastre incise.
Paesaggi urbani osservati dall’alto
La veduta dall’alto costituisce uno dei temi più riconoscibili dell’opera di Anselmo Bucci.
L’artista prediligeva abitazioni e atelier collocati in posizione elevata, dai quali poteva osservare la città e le trasformazioni del paesaggio tanto che fin dagli anni parigini, finestre, balconi e terrazze divennero punti di osservazione privilegiati.
In Tetti di Parigi, la neve e la nebbia dissolvono la struttura urbana, trasformando la veduta in un paesaggio interiore dominato da tonalità grigie e silenziose.
Dopo il ritorno in Italia, il fervore edilizio di Milano offrì a Bucci nuovi soggetti; dal balcone dello studio di via Jean Jaurès, affacciato sui binari della Stazione Centrale, poteva assistere alla progressiva trasformazione della campagna in città.
Il paesaggio urbano divenne così la cornice entro cui Bucci raccontò anche i drammi della contemporaneità.
Tra le vedute più importanti figura Il lampo, presentato alla Biennale di Venezia del 1922 dove la quiete della periferia milanese viene improvvisamente interrotta da un bagliore che spaventa i cavalli e induce i passanti ad affrettarsi verso casa.

I meravigliosi ritratti di Anselmo Bucci
L’interesse di Bucci per il ritratto risale agli anni dell’infanzia trascorsi a Este, ma fu a Parigi che questa attività gli consentì di instaurare relazioni decisive per la propria affermazione professionale. Anche dopo il ritorno in Italia, il ritratto fu decisivo per entrare in contatto con la borghesia milanese.
A questa stagione appartiene il monumentale Ritratto di signora in blu, nel quale Bucci rielabora il modello ottocentesco della figura intera seduta in poltrona, mentre in altri dipinti adottò il formato frontale a mezzobusto, vicino alla struttura delle fotografie e delle cartoline dell’epoca.
Appartengono a questa tipologia i ritratti di Anita, Cipriano Efisio Oppo ed Elena Fambri.
Particolarmente intensa è Rosa Rodrigo, conosciuta anche come La Bella.
Anselmo Bucci e il Novecento Italiano
Anselmo Bucci fu tra i fondatori di Novecento Italiano, sostenuto da Margherita Sarfatti.
Il progetto mirava a ricostruire una tradizione figurativa italiana fondata sulla solidità della forma, sull’equilibrio compositivo e su una moderna classicità, dopo le profonde trasformazioni introdotte dalle avanguardie.
La conoscenza degli antichi maestri si univa in lui alle esperienze maturate a Parigi, alle suggestioni postimpressioniste e alla pratica della pittura en plein air.

Uno dei dipinti più rappresentativi di questa stagione è I Pittori, elaborato tra il 1921 e il 1924 e presentato alla Biennale di Venezia del 1924. Bucci si raffigura mentre affresca le mura di una chiesa, sullo sfondo di una luminosa veduta di Fossombrone.
La sua abilità emerge anche nelle prospettive ardite di opere come ne I giocolieri, dove una compagnia di saltimbanchi è rappresentata attraverso pose complesse e virtuosistiche mentre nella Scuola, le giovani allieve della sorella insegnante sono collocate entro una rigorosa architettura prospettica.
Natura, animali e illustrazioni per Kipling
Il rapporto di Bucci con il mondo animale nasce da un interesse affettivo, scientifico e artistico. Durante gli anni parigini adottò due irresistibili cuccioli di cane lupo, Baloo e Loute, protagonisti di numerosi disegni e incisioni. Successivamente ospitò nel proprio appartamento milanese una tartaruga chiamata Pupa e un’oca soprannominata Gertrude.
Quest’ultima ispirò Le oche del Campidoglio, dipinto nel quale l’artista rielabora con ironia un episodio della storia romana frequentemente utilizzato dalla propaganda fascista.
Intorno al 1924, probabilmente grazie all’amico Ettore Cosomati, Bucci entrò in contatto con Rudyard Kipling e iniziò a lavorare alle illustrazioni per Il libro della giungla. La serie, pubblicata nel 1925, divenne uno dei vertici della sua produzione incisoria.
A questa ricerca appartiene anche Uscita dall’Arca, grande composizione animalista esposta alla Biennale di Venezia del 1928.
I Maschi, il grande progetto incompiuto
Tra le opere più ambiziose di Anselmo Bucci figura I Maschi, grande tela concepita negli anni parigini e profondamente rielaborata nel corso di oltre un decennio. Una fotografia del 1911 documenta il progetto nello studio di Montparnasse accanto a L’Autunno e Inverno in riviera. Tra il 1921 e il 1922 l’artista tornò sull’opera, modificandone radicalmente struttura e linguaggio.
La composizione rappresenta una violenta battaglia tra uomini e amazzoni. I primi studi presentano tonalità luminose e decorative, capaci di attenuare la drammaticità del soggetto.
Dopo un lungo periodo di abbandono, Bucci riprese il dipinto tra il 1921 e il 1922, modificandolo profondamente. La nuova versione assunse una struttura più cupa, sintetica e vicina al linguaggio del Novecento Italiano.

L’artista pensò di presentarla alla Biennale di Venezia del 1924, ma preferì infine esporre opere di formato più contenuto.
Bucci conservò sempre la grande tela e riuscì a salvarla dalla distruzione del proprio studio milanese durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quell’esperienza drammatica venne successivamente rievocata con amara ironia nel dipinto intitolato Il dono americano.



