Scipione, pseudonimo di Gino Bonichi (Macerata, 25 febbraio 1904 – Arco, 9 novembre 1933), è uno dei protagonisti della Scuola Romana. Pittore, disegnatore e poeta, concentra in una breve stagione una ricerca intensa. Nei suoi dipinti Roma diventa uno spazio carico di tensione, memoria e immaginazione.
La formazione e l’incontro con Mario Mafai
Nel 1924 conosce Mario Mafai, che lo incoraggia a frequentare la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma. I due studiano insieme e condividono un interesse profondo per la pittura antica.
Alla fine degli anni Venti adotta il nome Scipione. Nel gennaio 1929 espone Contemplazione al Convegno di Roma, in quella che la cronologia dei Musei di Villa Torlonia indica come la sua prima esposizione pubblica documentata.
Scipione e la Scuola di via Cavour
Con Mafai e Antonietta Raphaël forma il nucleo della Scuola di via Cavour, denominazione introdotta da Roberto Longhi nel 1929. Li uniscono l’amicizia, lo scambio di esperienze e la distanza dalle convenzioni accademiche.
La cultura internazionale di Raphaël contribuisce ad ampliare questo confronto. Ciascuno, tuttavia, conserva un linguaggio personale: quello di Scipione si distingue per la deformazione espressiva e la forza visionaria delle immagini.
Roma, il colore e le opere principali
Rossi profondi, bruni e bagliori improvvisi trasformano piazze, chiese e figure. Il rapporto con El Greco e con il Barocco romano alimenta una pittura in cui sensualità, spiritualità e inquietudine convivono.
Piazza Navona e Il cardinal decano, entrambi del 1930, sono opere centrali di questa ricerca. Nel Risveglio della bionda sirena, del 1929, la dimensione del sogno assume invece un carattere sensuale e fantastico. Il dipinto trae ispirazione da un sogno raccontato da Raphaël.

Disegno, poesia e mostre
Il disegno e la scrittura accompagnano tutta la sua attività. Collabora con L’Italia Letteraria e partecipa all’esperienza della rivista Fronte, diretta da Marino Mazzacurati nel 1931. Il dialogo con la poesia trova un riscontro anche nel Ritratto di Giuseppe Ungaretti.
Nel 1930 espone alla Biennale di Venezia e, insieme a Mafai, alla Galleria di Roma. Nel 1931 partecipa alla prima Quadriennale romana.
Gli ultimi anni e l’eredità artistica
La tubercolosi, manifestatasi in gioventù, limita progressivamente il suo lavoro e lo costringe a frequenti ricoveri. Muore nel sanatorio di Arco, in Trentino, a ventinove anni. Nel 1935 la seconda Quadriennale gli dedica una sala commemorativa.
La sua opera resta un riferimento per comprendere la componente più visionaria della pittura romana fra le due guerre.

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