Corrado Cagli da Ancona a Roma
Corrado Cagli nasce ad Ancona il 23 febbraio 1910 da Alfredo Cagli e Ada Della Pergola. Nel 1915 si trasferisce con la famiglia a Roma, città destinata a diventare il centro della sua formazione e di una parte fondamentale della sua attività artistica.
Dopo gli studi classici frequenta per un periodo la Regia Accademia di Belle Arti di Roma e riceve inoltre una formazione privata nello studio di Paolo Paschetto, artista, grafico e decoratore attivo tra Liberty e Déco.
La sua prima apparizione pubblica documentata risale al 1928, quando partecipa alla XCIV Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma con il Cofano del focolare, opera di arte applicata. Già in questi anni emerge un interesse destinato ad accompagnarlo a lungo: il superamento dei confini tradizionali tra pittura, decorazione, arti applicate e spazio architettonico.
Le Ceramiche Rometti e le prime esperienze monumentali
Alla fine degli anni Venti Cagli lavora presso la manifattura Ceramiche Rometti di Umbertide, della quale nel 1930 diviene direttore artistico. L’esperienza umbra gli consente di sperimentare forme, superfici e decorazioni improntate a una modernità molto personale.
Parallelamente affronta la pittura murale e opere di grande formato. La dimensione monumentale non costituisce per Cagli un’attività marginale: diventerà uno dei territori nei quali elaborare il rapporto fra pittura, architettura e spazio pubblico.
Corrado Cagli e la nuova pittura romana
Tornato a Roma, Cagli entra nel vivo della nuova scena artistica della capitale. Nel 1932 si consolida il sodalizio con Giuseppe Capogrossi ed Emanuele Cavalli, con i quali partecipa all’esperienza dei nuovi pittori romani.
Nel 1933 espone con Capogrossi e Cavalli alla Galleria del Milione di Milano e successivamente a Parigi, alla Galerie Jacques Bonjean. In occasione della mostra parigina, il critico Waldemar George utilizza la definizione École de Rome, destinata a identificare uno dei nuclei più significativi della Scuola Romana.
Cagli è allora poco più che ventenne, ma la sua personalità assume rapidamente un ruolo centrale. Intorno al suo studio e alle gallerie che frequenta gravitano numerosi giovani artisti; allo stesso tempo sviluppa un’intensa attività teorica, intervenendo direttamente nel dibattito sull’arte italiana contemporanea.

“Muri ai pittori” e la pittura monumentale
Nel 1933 Cagli pubblica sulla rivista Quadrante il celebre testo Muri ai pittori, nel quale rivendica per la pittura una nuova dimensione monumentale e una relazione più profonda con l’architettura.
La riflessione teorica procede parallelamente alla pratica. Negli anni Trenta realizza affreschi, tempere murali, mosaici e grandi composizioni, mostrando fin dagli esordi quella libertà tecnica che diventerà una delle caratteristiche più riconoscibili del suo percorso.
La Galleria della Cometa
Un capitolo fondamentale della vicenda romana di Cagli è legato alla Galleria della Cometa, fondata dalla contessa Mimì Pecci Blunt e inaugurata nel 1935 con una mostra di cinquanta suoi disegni.
La galleria diviene rapidamente uno dei luoghi più vitali della cultura artistica romana. Cagli vi svolge un ruolo di primo piano accanto a Libero de Libero, contribuendo alla costruzione di uno spazio aperto alle esperienze più innovative della nuova arte italiana.
Il suo linguaggio di questi anni non può tuttavia essere ricondotto a una formula unica. Figura, mito, memoria dell’antico, pittura murale e sperimentazione formale convivono in una ricerca inquieta e costantemente mutevole.

Le persecuzioni razziali e la partenza dall’Italia
Dalla seconda metà degli anni Trenta il crescente antisemitismo colpisce direttamente Cagli e l’ambiente culturale che gravita intorno alla Galleria della Cometa. Gli attacchi si intensificano fino a rendere impossibile la prosecuzione della sua attività in Italia.
Nel novembre del 1938, con l’aggravarsi delle persecuzioni razziali, lascia il Paese e si trasferisce a Parigi. Nell’ottobre del 1939 si imbarca dalla Francia diretto a New York, dove intraprende una nuova stagione della propria vita e della propria ricerca artistica.
Gli anni americani e la guerra
Negli Stati Uniti Cagli entra rapidamente nel circuito artistico newyorkese. Nel 1940 espone alla Julien Levy Gallery e, l’anno successivo, si arruola volontario nell’esercito americano.
La guerra non interrompe la sua attività artistica. Cagli continua a disegnare e dipingere durante il servizio militare; nel 1944 partecipa con la Prima Armata statunitense alle campagne in Francia, Belgio e Germania.
È tra i militari che entrano nel campo di concentramento di Buchenwald e realizza una serie di disegni legati alla drammatica esperienza della guerra e della deportazione. Questa testimonianza resterà uno dei nuclei più intensi della sua produzione.
New York, il teatro e la Guggenheim Fellowship
Terminato il conflitto Cagli torna a New York. Nel 1946 ottiene una Guggenheim Fellowship e intensifica i rapporti con il mondo del teatro, della danza e della scena musicale.
Partecipa alla fondazione della Ballet Society e collabora a spettacoli e produzioni teatrali realizzando scene, costumi, programmi e apparati visivi. Il teatro diviene così un ulteriore laboratorio nel quale sperimentare il rapporto fra immagine, movimento e spazio.
Il ritorno in Italia
Nel secondo dopoguerra Cagli riallaccia progressivamente i rapporti con l’Italia. Nel 1947 lo Studio d’Arte Palma di Roma presenta una mostra delle sue nuove opere non figurative; dopo l’esperienza americana l’artista torna quindi a inserirsi attivamente nel dibattito culturale italiano.
Sono anni di straordinaria libertà creativa. Cagli rifiuta una contrapposizione rigida tra figurazione e astrazione e sviluppa invece una ricerca per cicli, nella quale immagini riconoscibili, forme astratte, segni, impronte e strutture geometriche possono alternarsi e trasformarsi continuamente.
Nel 1951 partecipa alla mostra Arte astratta e concreta in Italia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, confermando il suo coinvolgimento nelle nuove ricerche del dopoguerra.
Metamorfosi, impronte e nuove sperimentazioni
Gli anni Cinquanta e Sessanta sono segnati da un’intensa attività sperimentale. Cagli affronta le Metamorfosi, i Motivi cellulari, le Impronte, le Carte e numerosi altri cicli, utilizzando tecniche e materiali differenti.
L’artista non abbandona mai definitivamente la figura. Piuttosto, la sottopone a continue trasformazioni: il corpo e il volto possono dissolversi nel segno, ricomporsi attraverso la materia oppure convivere con strutture astratte.
Questa libertà è evidente anche in opere come Nadir del 1966, oggi conservata nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi, eseguita a pastelli cerosi a olio su carta applicata su tela. Il passaggio fra figurazione e astrazione costituisce infatti uno degli aspetti più affascinanti della maturità di Cagli.
Un artista difficile da classificare
Definire Corrado Cagli soltanto pittore sarebbe riduttivo. Nel corso della sua carriera affronta pittura, disegno, ceramica, scultura, mosaico, arazzo, scenografia e costume teatrale, passando con naturalezza da opere di dimensioni intime a grandi interventi monumentali.
Anche per questo la sua ricerca sfugge alle classificazioni più rigide. L’interesse per il mito e l’archetipo, la memoria dell’antico, l’astrazione, la metamorfosi e l’indagine sul segno appartengono a momenti diversi ma comunicanti di un percorso mantenuto deliberatamente aperto alla sperimentazione.
Negli anni Sessanta e Settanta importanti retrospettive e mostre personali ne riconoscono il ruolo nella cultura artistica italiana. Cagli continua a lavorare anche per il teatro e a realizzare opere monumentali fino agli ultimi anni della sua vita.
Muore improvvisamente a Roma il 28 marzo 1976.
Opera di Corrado Cagli disponibile in galleria
Opera anni Sessanta
Egidi MadeinItaly presenta un’opera di Corrado Cagli degli anni Sessanta, eseguita a pastello ceroso a olio su carta intelata e firmata “Cagli” in basso a destra.

Il profilo emerge da una trama fitta e vibrante di grigi, gialli e zone d’ombra sul fondo rosso. La fisionomia rimane riconoscibile, ma viene progressivamente trasformata attraverso il segno e il colore, in un equilibrio tra figurazione e ricerca astratta caratteristico della libertà sperimentale raggiunta dall’artista nel secondo dopoguerra.
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